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Blogger: amoreemusica
Nome: VINCENZO
Sono laureato in Filosofia. Lavoro come impiegato in un'Azienda. Ho due figli grandi, studenti universitari. Faccio volontariato come conduttore di gruppi di auto-aiuto. La mia grande passione è la musica: in particolare Tenco, De André, Ciampi, Gaber, Endrigo, Fossati, Vecchioni, De Gregori, Guccini e i cantautori italiani in genere. Mi piace anche la musica degli inizi degli anni '70: Genesis, Pink Floyd, Jethro Tull, Led Zeppelin, Pfm, Banco, Orme ecc...

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venerdì, 08 agosto 2008
SUONATRICE ERRANTE

Seduta sui tuoi ricordi,
sui tuoi chilometri percorsi
tra la neve o sotto il sole,
sugli sguardi pietosi
o sprezzanti dei benpensanti,
ti ho vista un giorno suonare.

Le tue mani volavano sulla chitarra
e la tua voce volava nel vento:

"How many roads must a man walk down
Before you call him a man?...
The answer, my friend, is blowin' in the wind,
The answer is blowin' in the wind".

Un jeans sporco, una camicia strappata,
i capelli sciolti sulle spalle, gli occhi sorridenti,
un pentolino con pochi spiccioli,
e, insieme a te, il tuo grande amore,
il tuo cane, bello, maestoso, curato.

Ho visto la gente passare distratta,
ho visto la gente guardare con schifo,
ho visto la gente guardare il tuo cane,
ho visto la gente ignorare il tuo viso.

Mi sono seduto con te sui miei pensieri,
sui tanti chilometri che non ho percorso,
ho accarezzato i tuoi capelli,
ho cantato con te nel silenzio irreale:

"In restless dreams I walked alone,
narrow streets of cobblestone
'neath the halo of a streetlamp
I turned my collar to the cold and damp
when my eyes were stabbed by the flash of a neon light
split the night... and touched the sound of silence".

E nel mentre la gente passava distratta,
altera, sdegnata, assorta, infelice,
io ho provato la gioia di esserti vicino,
di carpire il tuo mondo di piccole cose.

Mi hai parlato di te, della tua vita,
del paese lasciato in Slovacchia,
delle strade percorse,
dei paesi visti e lasciati,
delle notti al freddo in campagna
e dei giorni sotto il sole in città,
delle violenze, delle malvagità
di questa umanità cieca e sconfitta.

Ti ho parlato di me, della mia vita,
del paese lasciato nel Sud,
di amici giammai più veduti,
del gelo di un ufficio di giorno,
del freddo di una casa di notte,
dei chilometri percorsi nel
sogno a suonare e cantare.

Una carezza al tuo cane,
un abbraccio al tuo cuore,
un bacio al tuo viso,
un sorriso al tuo sorriso.

Mi hai abbracciato e mi hai detto:
"Grazie per avermi fatto sentire
un essere umano, viva, felice,
accolta, compresa, amata.

Ti ho abbracciato e ti ho detto:
"Un giorno ci incontreremo in una
delle tante strade del mondo
e canteremo insieme:

"All the leaves are brown
All the leaves are brown
And the sky is grey
And the sky is grey
Ive been for a walk
Ive been for a walk
On a winters day
On a winters day
Id be safe and warm
Id be safe and warm
If I was in l.a.
If I was in l.a.
California dreamin
California dreamin
On such a winters day".

Postato da: amoreemusica a 22:39 | link | commenti (21)

domenica, 03 agosto 2008
LE CASE E LA STRADA

L'ultimo bellissimo racconto della mia amica scrittrice Giuliana Argenio, autrice del libro "Vento rosso", e di numerosi racconti che pubblica sul suo blog "Parole di vetro" col nick Argeniogiuliana, racconto che si chiama "L'albero di Emy", ambientato durante gli anni che precedettero la seconda guerra mondiale, mi ha ispirato questo post sulla famiglia, sulle case dove ci rinchiudiamo, e dietro le cui porte ci celano spesso dei drammi psicologici devastanti.
Nel concludere il mio commento al suo racconto, ho scritto:
"E' un racconto maturo, Giuliana; un racconto che mi ha molto commosso e mi ha interessato per quello che mi ha fatto capire sui drammi che avvengono all'interno di quella istituzione che chiamano famiglia, luogo deputato ad essere rifugio e a dare sicurezza, ma che spesso si trasforma in una prigione senza sbarre, da dove sembra spesso possibile uscire solo con la fuga o con la morte."
Ci sarebbe da dire tantissimo su questo argomento, ma oggi non voglio fare questo; voglio soltanto dirvi che il racconto di Giuliana mi ha fatto venire in mente una straordinaria canzone (è riduttivo definirla tale), del grande Giorgio Gaber; è una di quelle canzoni che mi fanno venire i brividi e che appartiene alla mia storia, alla mia memoria, alla mia formazione politica e culturale.
Questa canzone si chiama "C'è solo la strada", ed è tratta dallo spettacolo teatrale "Anche per oggi non si vola" del 1974.
Vi invito ad ascoltarla.



Postato da: amoreemusica a 15:52 | link | commenti (16)

giovedì, 31 luglio 2008
CRISI D'IDENTITA'

Chi sono io?

Un bambino mai diventato uomo

o un uomo rimasto bambino, 

o un bambino che avrebbe voluto diventare uomo

o un uomo che avrebbe voluto rimanere bambino,

o un bambino che crede di essere un uomo 

o un uomo che crede di essere un bambino?

Mi ricordo che sono nato e che sono stato bambino;

ma quand'è che sono diventato uomo?

Mi ricordo che ero un uomo,

ma quand'è che sono nato e quand'è che sono stato bambino?

Perché è così difficile essere un bambino?

Perché ci costringono a diventare uomini?

Perché è così difficile essere un uomo?

Perché ci costringono a ritornare bambini?

Vorrei.... vorrei.... vorrei....

quanti vorrei quando ero bambino!

Perché non voglio più adesso

che tutti dicono che sono un uomo?

No, non è così; io vorrei...

sono gli altri che dicono che non posso, 

che non sono più un bambino.

Ma quand'è che sono diventato un uomo?

Qualcuno me lo sa dire?

Ma quand'è che sono stato bambino?

Qualcuno me lo sa dire?

Ma chi sono adesso io?

Sono un uomo e vorrei essere un bambino

o sono un bambino e vorrei essere un uomo?

Ho capito: sono un bambuomo o un uombino,

che è sempre meglio che essere

solo un uomo senza essere anche un bambino

o solo un bambino senza essere anche un uomo.

Postato da: amoreemusica a 21:53 | link | commenti (15)

giovedì, 24 luglio 2008
CASO ARCHIVIATO: SUICIDIO PER AMORE

Racconto di Vincenzo Rocciolo  (Prima parte)

(Mi scuso con tutti voi, ma anche questa volta, per poter pubblicare il post, ho dovuto dividerlo in ben cinque parti. Ho avuto l'avvertenza di metterle dalla prima alla quinta. Un caro saluto a tutti).

 

Sandra guidava assorta nei suoi pensieri.
Il suono di un clacson all'improvviso le fece capire che forse si era distratta e che la sua macchina viaggiava troppo al centro della corsia.
Si spostò più sulla destra e riprese la sua andatura costante: non le era mai piaciuto andare troppo forte, e specialmente ora che mille pensieri le attraversavano la testa capiva che era prudente mantenere la velocità massima intorno ai 120 Km/h.
Era partita da Napoli alle otto di mattina; erano le due del pomeriggio, ed aveva da poco superato Firenze, là dove cominciano le prime dolci colline dell'Appennino tosco-emiliano.
Si ricordò di una gita che aveva fatto a Firenze l'ultimo anno di Liceo, con la sua classe, con i suoi amici di cinque anni di scuola, con i suoi professori: Ponte Vecchio con i suoi
negozi di oreficeria, Piazza Signoria con la magnificenza del Palazzo Vecchio e con le sue statue, il Duomo, il Campanile di Giotto, sul quale erano saliti per ammirare la città dall'alto, e gli Uffizi, il Giardino di Boboli, dove avevano mangiato e bivaccato per tre ore, ridendo, scherzando, prendendosi in giro, cantando le canzoni di allora, "Azzurro",
"Questo piccolo grande amore", "I giardini di marzo", "La canzone del sole", e tante altre; Stefano suonava la chitarra e cantava, e tutti gli altri dietro, a cantare, ad urlare al vento la loro gioia di vivere.
Stefano.... quanti anni erano passati da quel giorno, dal giorno in cui, senza un motivo plausibile decise di togliersi la vita; aveva da poco compiuto 19 anni, gli esami erano finiti da poco. Stefano ce l'aveva fatta anche se con fatica; il suo grande amore era la musica, la sua chitarra, la voce bellissima che aveva avuto in dono dalla natura.
Era bello, Stefano, ma di una bellezza triste, malinconica, ed aveva una grande qualità: sapeva ascoltare; tutte le ragazze gli raccontavano le proprie pene d'amore, e lui era sempre lì, pronto ad ascoltarle, e poi tirava fuori la sua
chitarra e trovava una canzone appropriata alla confidenza che gli era stata fatta.
Sandra sapeva che Stefano aveva un grande amore: Laura, la ragazza più bella della classe, alta, slanciata, sinuosa, due grandi occhi chiari, capelli sulle spalle, due tette piene e sode, due gambe mozzafiato. Ma Laura giocava con lui: sapeva che era innamorato perso, e si divertiva a farlo ingelosire; si faceva venire a prendere davanti alla scuola da ragazzi più grandi con enormi moto rombanti, e in un attimo
spariva ridendo e con i capelli al vento alla sua vista.
Stefano rimaneva lì, imbambolato, con la sua faccia triste, con gli occhi rossi di lacrime, a guardarla fino a che non spariva; dopo un minuto era lì, sul muretto davanti alla scuola, a cantare: "Lontano, lontano",
"La canzone dell'amore perduto", "Un pugno di sabbia". Cantare era per lui un modo per esorcizzare il dolore, per proiettare fuori di sé quel nodo che lo stringeva alla gola,
e non importava se non c'era nessuno ad ascoltarlo; lui suonava e cantava anche da solo, anche per ore; a volte si fermavano ragazzi e ragazze di altre classi a sentirlo; le ragazze lo divoravano con gli occhi, ma lui non le vedeva nemmeno, per lui esisteva solo la sua Laura.

Postato da: amoreemusica a 19:57 | link | commenti (7)

CASO ARCHIVIATO: SUICIDIO PER AMORE

Racconto di Vincenzo Rocciolo  (Seconda parte)

Quel giorno, era una domenica, era il 16 luglio, tutta la classe si era data appuntamento al Monte di Procida, lì dove i Campi Flegrei sembrano quasi sfiorare l'isola di Procida,
e da dove si vede in modo chiaro il Monte Epomeo della meravigliosa "Isola verde" di Ischia.
C'erano quasi tutti:su 25 ne mancavano tre, perché erano in vacanza con le loro famiglie.
La mattinata trascorse in grande allegria: avevano superato tutti l'esame, e avevano addosso una grande euforia, una grande voglia di fare festa; ognuno di loro aveva la sua
vita davanti, i suoi sogni da realizzare, le sue speranze, i suoi amori, segreti e non segreti; la vita sorrideva, il sole scaldava i loro corpi, la leggera brezza marina scompigliava
un pò i loro capelli e dava sollievo alla calura estiva.
All'ora di pranzo mangiarono quello che si erano portato dietro da casa: frittate di maccheroni, insalate di pomodori, salami e formaggi vari, frutta in quantità, crostate, e caffè nei thermos.
Dopo pranzo, ognuno scelse di fare quello che preferiva: chi si sdraiò all'ombra di una pianta, chi si mise a giocare a carte, chi a chiacchierare di ragazze, di ragazzi, di amore, di canzoni.
Stefano stette un pò lì con loro, poi si allontanò, da solo, senza la sua chitarra, sperando in cuor suo che Laura lo seguisse.
Si era fatto tardi, era quasi buio, tutti erano rientrati, Stefano no.
Cominciarono a cercarlo, ma sembrava sparito nel nulla: gridavano il suo nome, lo cercarono sotto tutti gli alberi,
su tutti gli scogli, chiesero in paese, niente, volatilizzato.
Tornarono a casa con un senso di angoscia addosso: si era allontanato o gli era successo qualcosa?
La mattina dopo ebbero la risposta alla loro domanda; "Il Mattino" titolò: RITROVATO SULLA SPIAGGIA DI NISIDA IL CORPO SENZA VITA DI UN RAGAZZO.
Cominciò il viavai dei giornalisti alla ricerca di una spiegazione, gli interrogatori dei magistrati che indagavano sul caso; tutti i ragazzi dissero la verità: Stefano era innamorato di Laura, che un pò giocava con il suo amore, tenendolo sulla corda.
Il giorno del funerale la chiesa era stracolma: tutti i suoi compagni di classe piangevano come fontane; Sandra pensò all'emozione e al dolore di quel momento, a come stringeva
ed abbracciava uno ad uno tutti i suoi compagni.
In chiesa, per espressa volontà dei genitori di Stefano si diffusero le note di  “A whiter shade of pale” dei Procol Harum, canzone che Stefano amava molto, nella versione italiana dei Dik Dik  “Han spento già la luce, son rimasto
solo io e mi sento il mal di mare….. L’aria fresca sai mi sveglierà, oppure dormirò, guardo lassù, la notte, quanto spazio intorno a me, sono solo nella strada….."
La più affranta era Laura: forse solo allora si era resa conto del male che aveva fatto a Stefano, solo allora aveva capito di quale profondo e meraviglioso amore egli l'amasse, solo allora aveva capito che quella chitarra non avrebbe suonato più per lei e che quella voce non avrebbe più cantato per lei, solo allora aveva capito che non si può giocare con i sentimenti delle persone; ma era giovane, Laura, giovane come Stefano, giovane come tutti loro.
Il caso venne archiviato un mese dopo: SUICIDIO PER AMORE.

Postato da: amoreemusica a 19:54 | link | commenti (1)

CASO ARCHIVIATO: SUICIDIO PER AMORE

Racconto di Vincenzo Rocciolo:  (Terza parte)

Il breve telegramma di Giulia l'aveva riportata con la mente agli anni del Liceo, a quell'episodio, ai ricordi mai sopiti del passato. Il telegramma diceva: HO URGENTE BISOGNO DI PARLARTI. TI PREGO DI VENIRE A MILANO DA ME E, SE PUOI, DI FARLO DOMANI; seguiva l'indirizzo della mittente.
Giulia..... Sandra non l'aveva più rivista da qualche mese dopo la disgrazia; sapeva che si era trasferita a Milano, ma non l'aveva mai più vista né sentita, né qualche compagno dell'epoca che incontrava ogni tanto in giro per Napoli sapeva niente di lei.
Giulia.... taciturna, seria, di una bellezza particolare, occhi neri profondi, capelli scurissimi, pelle chiara che faceva risaltare ancora di più lo scuro degli occhi e dei capelli, non molto alta, molto brava nelle materie letterarie, faceva dei temi meravigliosi.
Ricordava una cosa di lei: non aveva mai parlato con qualcuna di loro di qualche suo amore, di un ragazzo che le piacesse, sembrava del tutto indifferente a questo tipo di problematiche.
Lei scriveva, racconti, poesie, testi di canzoni, e sembrava esaurire in questo tutta la sua fantasia, i suoi interessi, la sua voglia di comunicare con il mondo.
Un flash improvviso: ecco perché nel telegramma c’era scritto “Vieni domani”; era il 16 Luglio, esattamente 34 anni dopo il giorno della disgrazia.
Con questo pensiero, quasi alle sei di sera, Sandra si accorse di essere arrivata a Milano: era ancora caldo, un pomeriggio lavorativo in una Milano mezza deserta; diede un’occhiata all’indirizzo; Giulia abitava dalle parti del Duomo, in una delle zone più chic di Milano.
Arrivò all’indirizzo scritto sul telegramma, e lì c’era una bella villa con giardino; pigiò il tasto del videocitofono, e una voce in un italiano stentato le chiese chi fosse; pronunciò il suo
nome, ed il cancello si aprì. Sul grande portone d’ingresso c’era una donna di mezza età dall’apparente origine filippina o comunque del sud-est asiatico; la donna si rivolse a lei
con un formale: “Prego, la signora la sta aspettando”.
Sandra, preceduta dalla domestica, attraversò diverse stanze, pensava di dover aspettare In una grande sala, ma la domestica si diresse su per le scale verso il piano superiore.
La domestica si fermò davanti ad una porta socchiusa, bussò e disse: “C’è qui la signora Sandra”.
Una voce flebile e rauca rispose: “Falla entrare”.
Sandra entrò, la domestica uscì chiudendo la porta alle sue spalle.
Giulia era lì, nel letto, una flebo conficcata in un braccio, il viso un tempo luminoso, bello, giovane, ora di colorito giallognolo, con molte rughe più che di vecchiaia, di sofferenza, il corpo di una magrezza spaventosa.
Giulia la guardò e le disse: “Vieni qui, dammi un bacio”. Sandra si avvicinò al letto quasi impietrita per la sorpresa, si chinò, l’abbracciò e la baciò.

Postato da: amoreemusica a 19:54 | link | commenti

CASO ARCHIVIATO: SUICIDIO PER AMORE

Racconto di Vincenzo Rocciolo  (quarta parte)

Fu Giulia la prima a parlare dopo l’abbraccio, e, come per prevenire qualsiasi domanda di Sandra, la gelò con queste parole: “Mi restano pochi giorni di vita, Sandra; ho un tumore
al pancreas di quelli che non perdonano; mio marito è uno dei migliori chirurghi di Milano, ha tentato anche l’operazione, ma ha dovuto arrendersi di fronte alla vastità del male.
Non ho dolori, lui ha saputo come fare per evitarmi almeno questo; ho tre figli meravigliosi che mi stanno molto vicini, ma ora in casa c’è solo la domestica filippina che mi vuole
veramente bene”.
Sandra sentì un groppo salirle alla gola; le parole le si strozzarono, e riuscì solo a dire: “Mi dispiace”.
Si riprese quasi subito e le chiese: “Come mai non ti sei fatta più viva per 34 anni, Giulia? Perché hai fatto perdere tutte le tue tracce? Ci siamo chiesti tante volte che fine
avessi fatto!”
“Dovevo dimenticare, Sandra, non potevo più stare a Napoli dopo quello che era successo”, fu la sua risposta. 
“Tutti noi abbiamo dovuto fare i conti con quello che è
successo, Giulia; tutti noi portiamo dentro i segni di quel giorno”, replicò Sandra.
“Non come me, Sandra, ed è per questo che ti ho fatta venire qui oggi, esattamente 34 anni dopo; ho scelto te, te che eri la più saggia del gruppo, te che eri la più sensata, quella che metteva pace, quella che aveva una buona parola per tutti. Non potevo andarmene tenendomi dentro quello che sto per dirti, cara amica mia; ho bisogno di liberarmi di questo peso che mi porto dentro, da sola, da 34 anni.

Postato da: amoreemusica a 19:54 | link | commenti

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Racconto di Vincenzo Rocciolo  (Quinta e ultima parte)

Ricordi quel giorno? Dopo pranzo Stefano se ne andò da solo verso la scogliera. Io lo vidi, dopo un po’ lo seguii, e nessuno se ne accorse, presi come eravate ognuno dalle sue cose.
Mi avvicinai a lui e lo salutai, lui mi rispose col suo solito sorriso e la sua solita gentilezza.
Fu allora che raccolsi tutte le mie forze, che riuscii a superare tutte le mie timidezze e che gli rivelai il mio grande segreto, quello che mi tenevo dentro da anni; sì, Sandra, lo amavo, lo amavo con tutta me stessa, sognavo di lui tutte le notti, mi struggevo a sentirlo cantare, piangevo calde lacrime d’amore sola nella mia stanza, ma lui non aveva occhi e voce che per Laura, la bella Laura, che io ho odiato a morte.
Lui mi guardò con sguardo compassionevole, sembrava quasi volersi scusare, e mi disse che mai nessun’altra avrebbe preso il posto di Laura nel suo cuore, mai avrebbe smesso di amarla, anche se lei non lo corrispondeva; lui
era capace di amare anche a senso unico, il suo amore non aveva bisogno di nient’altro che non il dispiegamento di se stesso, che non il canto delle sue melodie per lei; la sua chitarra era il corpo di Laura, le corde erano la sua voce, e lui accarezzava quel corpo, sfiorava quelle corde come una cosa preziosa.
Non ci vidi più, Sandra; non volevo, fu solo una piccola spinta,
pensavo che ce la facesse a non cadere, ma non fu così: lo vidi fare un volo di decine di metri e poi sparire tra le onde. Avevo ucciso il mio grande amore, avevo spento per sempre la sua voce, avevo distrutto i suoi sogni, la sua gioventù, la sua vita; non ho mai più amato nessuno come lui, Sandra; ho vissuto tutti questi anni nel suo ricordo, ho avuto sempre nella testa le sue canzoni, ho avuto negli occhi il suo sorriso, il suo viso di bravo ragazzo, la sua gentilezza, i suoi modi educati.
Mi sono sposata, ho insegnato, ho fatto tre figli, ma Stefano
è rimasto dentro di me; quel ragazzo che suonava e cantava ha continuato a farlo lì nel Paradiso, perché lui non poteva non farlo. Fra un po’ sarò lì con lui e torneremo a cantare
insieme, ci prenderemo per mano e andremo verso l’Infinito.”
Giulia, che aveva parlato con la debole voce fiaccata dalla malattia e dall’emozione, scoppiò a piangere, e Sandra, che aveva ascoltato con le lacrime agli occhi, l’abbracciò d’istinto.
Rimasero così per molto tempo, in silenzio, ognuna chiusa nel suo dolore e nella sua commozione.
Dopo molto tempo, Sandra le diede un bacio, e, senza parlare, uscì dalla porta, lasciandola sola con i suoi rimorsi e con la sua speranza di rivederlo presto.

Postato da: amoreemusica a 19:53 | link | commenti (1)

sabato, 19 luglio 2008
GIULIANA E LEO

Questo è un post che dedico ad una donna, una donna straordinaria, di grande umanità, grande cultura, grande bontà d'animo, grande intelligenza e bellezza interiore ed esteriore.

Questa donna si chiama Giuliana Argenio, scrittrice di racconti e di poesie, ed autrice di un libro che consiglio a tutti di leggere, per il modo in cui è scritto, per il tema che tratta, per le vicende dei personaggi, per il suo essere di grande attualità e per la particolare cura che l'autrice ha dedicato allo studio psicologico dei personaggi. Non dico volutamente niente della trama per lasciarvi dentro la curiosità di comprarlo e leggerlo.

Questo libro si chiama  "VENTO ROSSO" Edito da Edizioni Il filo. Distribuito nelle librerie dal gruppo Mursia, si trova in vendita anche online. Su IBS e direttamente a ilfilo@ordinionline.it

Giuliana ha un blog qui su Splinder che lei ha chiamato "Parole di vetro" e che  risponde al suo cognome e nome: argeniogiuliana; nel suo blog ci sono dei racconti molto belli, tutti da leggere e sui quali riflettere. Vi invito a farlo.

Ma non è di questo che voglio parlarvi in questo post. Questo è un post che parla d'amore. Quante forme può assumere l'amore? Quante sfumature? Quante varianti? Quante tipologie d'amore esistono? Questa è la storia dell'amore tra Giuliana e Leo.

Di Giuliana vi ho parlato, adesso vi parlo di Leo, per quello che so di lui. Leo ha 13 anni, è di colore grigio, piccolo, di pelo nè lungo né corto, di carattere molto buono e mite. Scusatemi per la descrizione fatta alla buona, ma non sono un esperto di cani, perché, ebbene sì, Leo è un cane.

Un pò di giorni fa Leo si è ammalato; ha preso una brutta malattia: il tetano. Sono stato a trovare Giuliana proprio il giorno in cui lei ha scoperto che Leo aveva contratto questa malattia gravissima, ed erano appena tornati dal veterinario.

Leo non si reggeva in piedi, non mangiava, volgeva solo lo sguardo in giro con occhi imploranti, di una tristezza infinita, e guardava la sua padrona come per chiedere aiuto.

E qui io ho assistito a cosa vuol dire amare: Giuliana ha messo Leo accanto a sé nel letto, lo accarezzava e gli parlava, e Leo la fissava con i suoi occhi languidi e spauriti; era una scena commovente, una scena che mi ha fatto capire davvero quanti modi di amare ci sono, e questa tra una donna e il suo cane è stata una delle più belle scene d'amore alle quali ho assistito.

Giuliana si sta prendendo cura di lui in un modo incredibile: tutti i giorni dal veterinario per sottoporlo alle cure del caso, un'attenzione costante, una presenza assidua, un amore immenso. 

Sembrava un caso difficilissimo, di quelli che quasi sempre portano ad un esito infausto; così non è stato: l'ultima volta che ho sentito Giuliana, Leo stava meglio; adesso si regge in piedi, cammina, mangia.

E' un miracolo: ma non è un miracolo della Scienza, è un miracolo dell'Amore, l'amore che lega in modo indissolubile, totale, simbiotico, una donna e il suo cane.

Grazie Giuliana, grazie Leo, per avermi fatto capire che l'amore non conosce ostacoli, impedimenti, confini, barriere, differenze di qualsiasi tipo. Nei vostri occhi io ho visto l'Amore. 

Postato da: amoreemusica a 15:15 | link | commenti (40)

sabato, 12 luglio 2008
MEREDITH E ANA MARIA

Notte tra il primo e il due novembre del 2007: in una villetta di Perugia viene trovato il corpo senza vita di Meredith Kercher, studentessa inglese di 22 anni.

Sono passati più di otto mesi da allora, e ancora non si sa in modo certo chi sia stato l'assassino della povera Meredith.

Ma quello che qui mi preme non è mettere in rilievo questo, quanto il fatto che da otto mesi la stampa italiana e quella inglese hanno praticamente ogni giorno diffuso notizie su questo crimine.

La vita della ragazza è stata scandagliata in lungo e in largo: la personalità, le amicizie, le ultime ore, tutto è stato detto di lei.

E tutto è stato detto dei suoi presunti assassini: Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Rudy Guede, per i quali proprio ieri la procura di Perugia ha chiesto il rinvio a giudizio.

Anche le loro vite sono state triturate in ogni minimo particolare, e l'opinione pubblica conosce ormai tutto di loro.

Sono state tra l'altro fatte numerose interviste alla mamma di Meredith, che si mostra anche sfiduciata che si possa un giorno arrivare alla verità.

Notte tra sabato 5 e domenica 6 luglio: in un appartamento di Perugia viene trovato il corpo di una ragazza: Ana Maria Tmeneanu, 20 anni, rumena. Tanti giornali non hanno dato il suo nome, ma hanno subito parlato del lavoro che faceva: PROSTITUTA. E poi la solita frase di rito: IL DELITTO SEMBRA ESSERE MATURATO NELL'AMBIENTE DELLA PROSTITUZIONE.

E, con questo si chiude il discorso. Come per dire: bèh, in fondo era solo una prostituta, un pò se l'è andata anche a cercare, si sa che quelli sono ambienti pericolosi.

Vi faccio una domanda: quanti di voi hanno saputo dell'omicidio di Meredith, e quanti di quello di Ana Maria?

Fermo restando che la mia pietà, la mia commozione, il mio cordoglio, va per entrambe le ragazze, vittime innocenti di un mondo crudele e spietato, c'è qualcuno che si è chiesto: MA CHI ERA ANA MARIA TMENEANU?

E allora ve lo dico io chi era Ana Maria Tmeneanu:

Ana Ana Maria aveva un figlio, un bambino di tre anni, al quale inviava denaro e pacchi con vestiti e alimenti.

Il figlio di Ana vive con il marito in Romania. Ana Maria in Italia ci stava solo perchè costretta: da chi la sfruttava. La ragazza si è fatta forza per tutto questo tempo: quello che la convinceva ad andare avanti era che a migliaia di chilometri aveva un figlio e una famiglia a cui mandare denaro e vestiti. E da due anni era sfruttata, schiavizzata da colui che probabilmente l’ha anche uccisa.

Quella ragazza veniva sfruttata ed è stata barbaramente uccisa. Ma dietro aveva una storia carica di umanità, di significato profondo sulla quale tutti noi dobbiamo riflettere a fondo.

Sono sicuro di una cosa: che fra qualche giorno più nessuno parlerà di Ana Maria, perché era rumena, ed era solo... una prostituta.

Di Meredith e dei suoi assassini si continuerà ancora a parlare, perchè era inglese, ed era... una studentessa.

Ah, ci sarà secondo voi qualche giornalista che andrà ad intervistare la mamma di Ana Maria in Romania?

Postato da: amoreemusica a 23:47 | link | commenti (18)